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Des Moines (Iowa). C’erano tutti tranne uno, ieri notte in Iowa, al primo caucus elettorale del lungo e laborioso ciclo politico che nel novembre 2008 porterà all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. (...) Tutta l’America sembrava fosse in Iowa, tranne una persona. Non una qualunque, ma il candidato che i sondaggi nazionali continuano a indicare come il favorito del gruppo repubblicano: Rudy Giuliani. L’ex sindaco di New York non si è curato del caucus e ha trascorso la vigilia in New Hampshire e il giorno del voto in Florida. La strategia di Giuliani è perdere l’Iowa per conquistare l’America.

La scelta è stata in parte obbligata dal calendario e dalla tradizione politica dei primi stati in cui si è votato ieri e in cui si voterà nei prossimi giorni, ma è anche una decisione studiata a tavolino dagli strateghi di colui che la neo-obamiana Oprah Winfrey nei giorni dell’11 settembre aveva definito “America’s Mayor, il sindaco d’America”. Giuliani punta sul 29 gennaio, il giorno in cui si voterà in Florida e saranno distribuiti più della metà dei delegati. E poi sul “super tuesday” del 5 febbraio, quando si apriranno le urne negli stati più grandi.

Gli osservatori e un po’ anche i sondaggi cominciano a dubitare di questa scelta nazionale di Giuliani, ma se avrà ragione lui in fututo tutto questo clamore intorno al voto in Iowa, e poi in New Hampshire, potrebbe attenuarsi. L’approccio tradizionale, inaugurato da Jimmy Carter e Bill Clinton, è stato seguito da tutti gli altri. L’idea è che una vittoria o un buon piazzamento in Iowa e New Hampshire garantiscano un’inerzia positiva in termini di spazi tv, soldi e sondaggi necessaria a conquistare la nomination.

La candidatura di Giuliani, malgrado gli scetticismi strategici, resta quella che continua a preoccupare di più il mondo liberal. I grandi giornali non lesinano articoli e inchieste negative, volte a smontare l’immagine di leader efficiente, efficace e risoluto che Giuliani trasmette agli elettori. Il suo ultimo spot elettorale mostra le immagini di attentati terroristici, alternate a manifestazioni di radicali islamici di ogni tipo. Lo spot descrive “un nemico senza frontiere, un odio senza confini, un popolo abusato, una religione tradita, una potenza nucleare nel caos, uomini pazzi pronti a creare disordine, leader assassinati, democrazia sotto attacco e Osama bin Laden ancora minaccioso”. E, infine, conclude: “In un mondo in cui la prossima crisi sta per arrivare, l’America ha bisogno di un leader che sia pronto”.

La stampa però da mesi prova a smontare questa immagine, da ultimo il New Yorker, raccontando un Giuliani inefficiente e autore di errori decisionali che avrebbero potuto salvare parecchie vite l’11 settembre. Nel mondo dei media nessuno crede nelle sue possibilita di vittoria, eppure i democratici sono spaventati. Ai loro occhi Giuliani ha gli stessi difetti di Bush, ma al cubo: si circonda di amici da cui pretende fedeltà assoluta, non ascolta le critiche e adora esercitare fino ai limiti, se non oltre, il potere esecutivo. A New York, da sindaco, governava ingaggiando violente battaglie amministrative con avversari e critici. I liberal si chiedono con terrore che cosa potrebbe combinare nel mondo avendo a disposizione l’esercito e i codici nucleari. Giuliani spera che gli elettori si pongano la stessa domanda, perché saranno costretti a riconoscere che con lui al comando l’America sarà più protetta e sicura.

Christian Rocca, Il Foglio.

Coast to Coast

Hillary Clinton è riuscita a ritagliarsi il ruolo di candidato “inevitabile” del Partito democratico, dimostrando di essere capace di guidare una formidabile macchina politica, e ora si appresta a stravincere le primarie del suo partito. Eppure, al momento, la più sensazionale performance politica di questo ciclo elettorale non è la sua, ma quella di Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York che guida il gruppo di candidati del Partito repubblicano, malgrado sui temi sociali (aborto, diritti gay, porto d’armi) le sue posizioni siano ai margini dell’ortodossia conservatrice. Il mondo politico e giornalistico da mesi aspetta il crollo della sua candidatura, convinto che mai e poi mai la base socialconservatrice e religiosa del partito accetterebbe di votare per Giuliani, ma più passano le settimane più l’ex sindaco appare sempre più al comando della gara (...)

Le minacce della destra religiosa di presentare un candidato indipendente alle elezioni presidenziali, qualora Giuliani vincesse le primarie repubblicane, sembrano rientrate, anche perché i leader cristiano-conservatori cominciano a rendersi conto che la loro opposizione all’ex sindaco non è condivisa dalla base. La maggioranza dei repubblicani che frequenta almeno una volta la settimana la chiesa, infatti, in un recente sondaggio ha scelto in maggioranza Giuliani come proprio candidato, malgrado sia l’unico dei big di destra e di sinistra ad avere il coraggio di dire che non va regolarmente a messa (...)

Mitt Romney e Fred Thompson mettono in dubbio il pedigree conservatore di Giuliani, ma gli elettori repubblicani vedono il suo passato da numero tre del Dipartimento di Giustizia di Ronald Reagan, da procuratore antimafia e da sindaco che ha ripulito New York. Soprattutto ascoltano proposte di politica economica e di sicurezza di stampo reaganiano e vedono una squadra di consiglieri di politica estera di intellettuali neoconservatori, da Norman Podhoretz a David Frum, da Daniel Pipes a Michael Rubin, fino probabilmente al più interessante di tutti: Peter Berkowitz, saggista, professore di legge, analista della Hoover Institution, studioso di Leo Strauss e senior advisor della campagna sui temi della libertà e dei diritti umani (...)

Christian Rocca, su Il Foglio e Camillo.

New Hampshire: GOP Debate

Il dibattito televisivo ha mostrato un Giuliani in grande forma, molto più presidenziale, preparato e concentrato rispetto alle due precedenti occasioni. Ha voluto dare l’impressione del “problem solver”, di quello che risolve i problemi, che fornisce la dritta giusta, del politico capace, efficiente, senza paura.

(...) McCain e Giuliani, addirittura, non prendono in considerazione il ritiro dall’Iraq nemmeno se a settembre la relazione di Petraeus sullo stato della missione fosse negativa. Giuliani, infine, ha prontamente risposto “assolutamente sì”, alla domanda se ancora oggi ritiene che invadere l’Iraq sia stata la scelta giusta. “Siamo in una guerra vera”, ha ribadito Giuliani, l’unico ad attaccare direttamente i democratici e Hillary in particolare perché, ha detto, “non sono stati nemmeno capaci di pronunciare le parole ‘terrorismo islamico’ nel loro dibattito di domenica”. In generale, la differenza più grande è proprio questa: i repubblicani dicono che l’America è in guerra, i democratici no.

Christian Rocca, sul Foglio (e su Camillo), racconta il dibattito televisivo tra i candidati repubblicani in New Hapmpshire. Aspettando Fred Thompson, ha vinto (ancora) Rudy.